PRINCIPIO
DI AUTODETERMINAZIONE DEI POPOLI
Il
principio di Autodeterminazione dei Popoli sancisce il diritto di un
popolo sottoposto a dominazione straniera ad ottenere l'indipendenza,
associarsi a un altro stato o comunque a poter scegliere autonomamente
il proprio regime politico. Tale principio costituisce una norma di
diritto internazionale generale cioè una norma che produce effetti
giuridici (diritti ed obblighi) per tutta la Comunità degli Stati.
Inoltre questo principio rappresenta anche una norma di jus cogens, cioè
diritto inderogabile (Significa che esso è un principio supremo ed
irrinunciabile del diritto internazionale, per cui non può essere
derogato mediante convenzione internazionale). Come tutto il diritto
internazionale, il diritto di autodeterminazione ratificato da leggi
interne, per esempio la L.n.881/1977, esso vale come legge dello Stato
che prevale sul diritto interno (Cass.pen. 21-3 1975).
La prima applicazione pratica: il primo dopoguerra
Il
principio di autodeterminazione fu solennemente enunciato da Woodrow
Wilson in occasione del trattato di Trattato di Versailles (1919) e
avrebbe dovuto fungere da linea guida per il tracciamento dei nuovi
confini, ma in realtà fu applicato in modo discontinuo e arbitrario,
fattore che avrebbe contribuito non poco alla graduale destabilizzazione
e al definitivo sovvertimento dell'ordine di Versailles.
In particolare il principio trovò applicazione in occasione della
determinazione dei nuovi confini delle potenze della Triplice Alleanza
uscite sconfitte dalla prima guerra mondiale. Vennero così indetti dei
plebisciti in Alta Slesia, Prussia Orientale, nello Schleswig, nella
regione di Eupen-Malmedy, nella Carinzia meridionale e a Sopron, con
esiti spesso contestati e fonte di successive tensioni internazionali.
Altri territori, come quasi tutta la Posnania e la Prussia Occidentale,
il territorio di Memel e l'Alsazia-Lorena furono invece staccati dalla
Germania senza interpellare le rispettive popolazioni, spesso
maggioritariamente di lingua tedesca.
Il secondo dopoguerra
Il
principio di autodeterminazione dei popoli si è sviluppato
compiutamente a partire dalla seconda metà del secolo scorso, nel 1945
alla fine della Seconda Guerra Mondiale. In particolare è stata
l'Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) a promuoverne lo sviluppo
all'interno della Comunità degli Stati.
La Carta delle Nazioni Unite, infatti, al Capitolo I (dedicato ai fini e
principi dell'Organizzazione), all'articolo 1, paragrafo 2, individua
come fine delle Nazioni Unite:
"Sviluppare tra le nazioni relazioni amichevoli fondate sul
rispetto e sul principio dell'eguaglianza dei diritti e
dell'auto-determinazione dei popoli..."
Un'altra delle principali convenzioni internazionali che sanciscono il
diritto di autodeterminazione dei popoli è il Patto Internazionale
sui diritti civili e politici, stipulato nell'ambito dell'ONU nel
1966. L'Italia ha recepito questa convenzione con la legge n.881 del
1977.
Altro passo fondamentale è stata la "Dichiarazione relativa
alle relazioni amichevoli ed alla cooperazione fra stati" del 1970
in cui si sancì il divieto di ricorrere a qualsiasi misura coercitiva
suscettibile di privare i popoli del loro diritto
all'autodeterminazione.
Ancora più chiaramente si espressa la "Conferenza per la
Sicurezza e la Cooperazione in Europa" (CSCE) nell'Atto Finale
di Helsinki del 1975, in cui si afferma il diritto per tutti i
popoli di stabilire in piena libertà, quando e come lo desiderano, il
loro regime politico senza ingerenza esterna e di perseguire come
desiderano il loro sviluppo economico, sociale e culturale.
Il contenuto del principio di autodeterminazione dei popoli consiste in
obblighi per gli Stati della Comunità internazionale di non impedire o
anche intralciare l'autodeterminazione dei popoli, intesa come libertà
degli stessi di autodeterminare il proprio assetto costituzionale.
In particolare il principio è servito a favorire la decolonizzazione,
in quanto ha permesso agli Stati in via di sviluppo di indire libere
elezioni, darsi una costituzione propria, scegliere la forma di governo,
senza subire pressioni dagli Stati più sviluppati.
Nella prassi, si è in ogni caso escluso di assegnare al principio di
autodeterminazione effetti retroattivi tali da consentire di rimettere
in discussione situazioni territoriali definite a seguito dei più
importanti eventi bellici del secolo scorso, poiché metterebbero in
discussione la certezza dei confini nazionali, il dovere di sudditanza
dei popoli e la stabilità politica degli stati. La Corte Suprema
Canadese, valutando delle rivendicazioni di indipendenza del Québec
rispetto al Canada ha definito attentamente i limiti di tale principio:
di esso sono autorizzati ad avvalersi Ex colonie, popoli soggetti a
dominio militare straniero e gruppi sociali cui le autorità nazionali
rifiutino un effettivo diritto allo sviluppo politico, economico,
sociale e culturale. (Sentenza 385/1996).
Autodeterminazione è sinonimo di democrazia poiché significa il
potere dei popoli, di ciascun popolo, di liberamente scegliere sia la
forma politico-istituzionale con cui collocarsi nel sistema delle
relazioni internazionali (stato indipendente, stato federale o
confederale, fusione con altro stato) sia il regime politico ed
economico all'interno del proprio stato. Si parla nel primo caso di
autodeterminazione esterna, nel secondo di autodeterminazione interna.
In via di principio, pertanto, negare o ignorare l'autodeterminazione
dei popoli equivale a negare o ignorare la deontologia democratica. Se
un popolo non è libero di autodeterminarsi non è un popolo sovrano.
L'autodeterminazione interna è negata dai regimi dittatoriali o
comunque autoritari. Quella esterna è negata o contrastata dalla
persistente concezione statocentrica dei rapporti internazionali, quella
che considera lo stato come soggetto unico ed esclusivo del diritto e
della politica internazionale e che è condivisa, più o meno
esplicitamente, dalle diplomazie sia degli stati autoritari sia degli
stati cosiddetti democratici.
L'opposizione o le cautele nei confronti dell'autodeterminazione esterna
trovano la loro ragion d'essere sostanziale nel fatto che, al di fuori
delle situazioni coloniali o di dominazione esterna, l'esercizio
dell'autodeterminazione comporta, nella maggior parte dei casi, la
separazione di un popolo da una più ampia comunità politica, lo
smembramento di un preesistente stato e quindi la sottrazione a questo
di risorse territoriali, economiche, strategiche, artistiche. In un
sistema internazionale basato sul principio di sovranità degli stati e
su quello della sicurezza nazionale (armata), l'autodeterminazione è un
istituto intrinsecamente destabilizzante. Si consideri inoltre che i
processi di autodeterminazione sono spesso collegati a forme di
nazionalismo esasperato e all'uso della violenza attraverso l'agire di
movimenti armati cosiddetti di liberazione nazionale o per
l'indipendenza nazionale. Si spiega così come la prima risposta dello
stato che si sente minacciato nella sua integrità territoriale sia in
termini di repressione violenta e come la prima reazione degli stati
terzi si esprima con dichiarazione formali di rispetto della sovranità
statuale e di non ingerenza negli altrui affari interni.
Oggi, l'autodeterminazione dei popoli, oltre che essere enunciata tra
i fini delle Nazioni Unite (art.1 dello statuto), è formalmente
riconosciuta come diritto umano fondamentale dalla più importanti
convenzioni giuridiche internazionali sui diritti umani. L'identico
articolo 1 dei due Patti internazionali del l966, rispettivamente, sui
diritti civili e politici e sui diritti economici, sociali e culturali,
così recita:
"1 - Tutti i popoli hanno il diritto di autodeterminazione. In
virtù di questo diritto, essi decidono liberamente del loro statuto
politico e perseguono liberamente il loro sviluppo economico, sociale e
culturale.
2
- Per raggiungere i loro fini, tutti i popoli possono disporre
liberamente delle proprie ricchezze e delle proprie risorse naturali
senza pregiudizio degli obblighi derivanti dalla cooperazione economica
internazionale, fondata sul principio del mutuo interesse, e dal diritto
internazionale. In nessun caso un popolo può essere privato dei propri
mezzi di sussistenza.
3
- Gli Stati parti del presente Patto, ivi compresi quelli che sono
responsabili dell'amministrazione di territori non autonomi e di
territori in amministrazione fiduciaria, debbono promuovere l'attuazione
del diritto di Autodeterminazione dei Popoli e rispettare tale diritto,
in conformità alle disposizioni dello statuto delle Nazioni Unite"
Ci troviamo in presenza di una importante conquista di civiltà
giuridica: l'Autodeterminazione dei Popoli da "principio"
di politica diventa un "diritto fondamentale" espressamente
riconosciuti dalla legge universale (scritta) dei diritti umani.
Ma
la conquista è incompleta, poiché abbiamo, sì, il riconoscimento del
diritto, la definizione del contenuto dell'autodeterminazione nella sua
duplice accezione esterna e interna e il correlato obbligo giuridico
degli stati di rispettare il diritto, ma non c'è (ancora) la
definizione del soggetto titolare del diritto, il popolo, e manca
l'indicazione delle procedure e dei mezzi di garanzia del diritto. In
altre parole, oggi sappiamo, con la certezza della norma scritta, cos'è
autodeterminazione dei popoli, ma non sappiamo, con altrettanta certezza
giuridica letterale, quali caratteri deve avere la comunità umana che
la rivendica e non abbiamo quegli strumenti di garanzia internazionale
che, per quanto insufficienti, esistono per i diritti umani individuali.
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